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giovedì 15 marzo 2012

Espritu Esa Ala, la madre di tutte le grotte

Sanctum (2011) di A. Grierson



Per lo sceneggiatore Andrei Wight, che ha vissuto una storia simile, l’incontro ravvicinato con la morte descritto dal film è un’esperienza che lascia il segno in chi la vive. E così la racconta portando la situazione all’estremo e osservando cosa capita ai protagonisti.
Cos’è Esa Ala, la madre di tutte le grotte? Vogliamo guardarla con gli occhi di Frank, quando prova a spiegare al figlio la sua passione per la speleologia:

Qui sotto riesco a dare un senso ad ogni cosa. Capisci cosa voglio dire? È come la mia chiesa. Posso guardarmi allo specchio e dire: questo sono io, è casa mia.

A muovere Frank non è solo un desiderio di esplorare mondi che nessuno ha mai visto ma è soprattutto quello di esplorare sé stesso, di trovare nella bellezza della natura uno specchio per comprendere e dare senso alla vita. La vita è proprio come Esa Ala: bella e terribile, promettente ma che può da un momento all’altro trasformarsi in un incubo e farci incontrare la morte.

[00:01:36] È proprio di morte che parla la prima scena del film: Josh sommerso dall’acqua al buio privo di sensi. Lo spettatore capisce che il ragazzo, se non è ancora morto, lo sarà presto perché non respira ed è ferito. Quando di colpo apre gli occhi inizia la storia. Sanctum è il racconto di come una scena del genere può comunque trasformarsi e cambiare il suo significato perché anche nella situazione più buia della vita c’è sempre, a volte molto nascosto, un passaggio per la luce ed è possibile trovarlo. Un educatore è colui che sa tutto questo e che accompagna chi gli è affidato attraverso cunicoli tortuosi, bui e sommersi, fino a dargli la possibilità di rivedere la luce e di essere libero. Vediamo come.

I personaggi principali prendono forma con caratteristiche così stereotipate da sembrare caricature e questo li rende molto identificabili: Frank McGuire, il più stimato esploratore speleo-subacqueo del mondo; Carl Hurley, un capriccioso miliardario alla ricerca di avventure mozzafiato ed estreme; Victoria, fidanzata di Carl e abile arrampicatrice; Josh McGuire, figlio di Frank, abile speleologo ma ancora immaturo e ingenuo. Il loro viaggio nel cuore della terra vede Frank nel ruolo di educatore, mentore e maestro del gruppo: l’unico capace realmente di portare in salvo. “È un tipo pazzesco il tuo vecchio, una volta che lo conosci”, confida George a Josh ma quest’ultimo non  è della stessa idea: per lui il padre è solo uno “stronzo spietato nazista”  che ha “trascinato tutti nel suo grande sogno impossibile”. Anche Carl, che considera Frank uno dei massimi speleologi,  sopporta mal volentieri il suo carattere troppo duro, pignolo e insensibile. Eppure, sotto questa apparenza di personaggio senza cuore, si nasconde un’umanità di rara bellezza che merita di essere conosciuta e imitata, almeno per chi vuole imparare qualcosa in più sull’educazione.

1. Perché Frank è il migliore in quello che fa
[00:05:30] Facciamo conoscenza con Frank mentre è in acqua, intento a provare riprovare i movimenti che gli possono essere necessari durante l’immersione. Impressiona molto che sta facendo esercizio non un novellino ma il miglior speleologo del mondo. Frank sa che in un mestiere come il suo, dove anche la più piccola distrazione o inadempienza si può trasformare in un pericolo mortale per sé e per chi sta intorno, non può permettersi di compiere errori. Così eccolo alle prese con se stesso: con la propria storia che si fa esperienza e con il proprio corpo che tiene allenato e pronto per ogni evenienza. Anche un educatore deve sapere bene quello che fa, coglierne l’importanza e la serietà senza essere mai superficiale. Per un educatore, come per uno speleologo, non bastano le buone intenzioni e nemmeno il buon senso: c’è bisogno di una attenta e accurata formazione per fare bene il bene dell’altro. E non solo. Un educatore deve conoscere bene se stesso e deve approfondire sempre di più questa conoscenza per imparare dalla propria storia (che non è né una cosa automatica né facile) e per porre rimedio in tutti i modi, per quanto gli è possibile, ai pericoli che potrebbero rendere inutile o dannosa la sua azione educativa (pigrizia, distrazioni, abitudine,…). Inoltre un vero educatore conosce i propri limiti, e anche questa lezione ci viene da Frank, che più volte ammette: “Sono stanco, devo riposare”. I limiti, se conosciuti e integrati nella propria azione non sono una debolezza: sarebbe peggio e più irresponsabile, anche se molto più comodo, fare finta di niente e andare avanti, come invece fa Judes, che compie l’immersione senza essere pienamente in forma. Ma le conseguenze sono catastrofiche. Il vero educatore sa dove può arrivare e dove no,  non fa inutilmente l’eroe mettendo a repentaglio la propria vita e quella altrui.

Proprio come molti educatori, anche i compagni di avventura di Frank non si rendono assolutamente conto di quello che stanno facendo: si muovono sulla scena (in modo particolare Carl e Victoria), senza sapere dove andare.

Victoria sottovaluta l’impresa che deve realizzare: scende nella grotta come se fosse un passatempo tra tanti e non si accorge della reale posta in gioco. Si stupisce quando sente gli addetti ai lavori parlare di pericoli perché per lei tutto è bello e innocuo: provare a fare la speleologa è un divertimento come un altro. Proprio per questo non sopporta chi, come Frank, prende la cosa con troppa serietà. Victoria è come un educatore superficiale che inizia l’avventura educativa senza sapere bene in cosa consista e senza preoccuparsi di scoprirlo. “Che cosa può andare storto facendo sub in grotta?” è come dire “Perché preoccuparsi tanto? Cosa vuoi che sia?”

Carl sopravvaluta se stesso: conosce bene i rischi dell’avventura ma pensa che siano gli altri a dover stare attenti, quelli più deboli e meno astuti di lui. “Ehi Jim, questa grotta non può battermi”: è convinto che nessuno possa batterlo, nemmeno Esa Ala. Quando però si trova davanti al pericolo reale si accorge di non essere in grado di affrontarlo. Carl è come un educatore che si ritiene migliore di chiunque altro e si butta nella sfida impegnativa dell’educazione convinto di essere in grado di padroneggiarla con le proprie forze, da solo e meglio degli altri, che considera incapaci.

2. Frank non lavora da solo

Frank non lavora da solo: è circondato da molta altra gente che lo aiuta e che rende possibile l’impresa che vuole compiere. Senza le persone che, in diverso modo, collaborano con lui Frank non sarebbe mai arrivato ad esplorare Esa Ala come sta facendo. Ci sono proprio tutti nell’equipe di Frank e tutti sono importanti nel proprio ruolo piccolo o grande. Così c’è Carl con i suoi soldi, Jim che è il riferimento all’esterno, le persone che trasportano il materiale, i tecnici,… e Frank si fida così tanto dei suoi collaboratori da mettere nelle loro mani la sua stessa vita senza pensarci due volte. Così lo vediamo sicuro del preavviso che dall’esterno dovrebbero dare sull’arrivo della tempesta, sicuro che gli ancoraggi siano effettuati bene, sicuro che gli altri sappiano quello che fanno,… . Proprio per questo non accetta la mancanza di responsabilità di alcuni. Questo particolare lo si deduce dal motivo per cui Josh è finito sul “libro nero” del padre: doveva portare le bombole di Beilout e non l’ha fatto, comportandosi come un bambino. Josh è ancora immaturo: non si era accorto che la vita degli altri dipendeva anche dal piccolo impegno che si era preso, anche se apparentemente insignificante. Avere fiducia negli altri è rischioso ma è necessario e questo Frank lo sa bene. E sa anche che ci si può fidare solo di persone responsabili e competenti per quello che sono chiamati a fare, anche se non sono amici stretti. Ogni educatore dovrebbe avere nei propri collaboratori la stessa fiducia che Frank ha nei suoi, senza quindi avere la pretesa di avere tutto sotto controllo ma avendo la certezza che ciascuno, all’interno dell’equipe, porti avanti il proprio compito in modo responsabile. Non può esistere un’ equipe educativa che davvero funzioni, senza che esista come presupposto questa fiducia.

3. Il dramma della libertà

Il tema della libertà nel film è trattato in modo duro e spietato: nella grotta ognuno è libero di decidere se vivere o morire. La strada per la vita è tracciata da Frank, l’unico che può davvero portare a salvezza i protagonisti. Lo speleologo non conosce in anticipo dove sia l’uscita ma conosce il modo per trovarla e chi vuole rivedere la luce deve fidarsi di lui. Il regista ci mostra in modo chiaro che pur nell’oscurità e nel complicarsi delle situazioni, ciò che provoca la morte prima di Victoria e poi di Carl, è la scelta di non fidarsi di Frank. Se la scelta fosse stata diversa forse si sarebbero potuti salvare anche loro.

Da una parte abbiamo la libertà di Frank, che ha deciso di prendersi cura di tutti quelli che sono rimasti intrappolati nella grotta. Non gli interessa se siano simpatici o antipatici, se riconoscano il suo valore oppure no: lui vuole portarli tutti in salvo. Frank si comporta come un vero educatore che è disposto a rallentare il proprio cammino per accompagnare i passi di coloro di cui si deve prendere cura. Quello che sa sulle grotte, quello che la sua esperienza gli ha fatto imparare non è per sé ma viene messo a disposizione degli altri. E allora lo vediamo impegnato in prima persona a creare le condizioni perché tutti possano farcela… e lo fa non tanto con le parole ma con i fatti. È il contrario di quello che fanno tanti educatori, che a parole si prendono cura di tutti ma nei fatti si interessano solo dei più simpatici e amabili, lasciando gli altri al proprio destino.

[00:43:00] Nella scena in cui il gruppo sta per partire dal Campo Base per cercare un’uscita alternativa, Frank si trova nella situazione di un educatore che si deve scontrare con le resistenze di chi non vuole accettare un suo consiglio per un capriccio di orgoglio o perché troppo oneroso. In questo caso l’ostacolo è la libertà di Victoria. E cosa fa Frank? Insiste, alza la voce, cerca convincere, si arrabbia, dà spiegazioni: non vuole arrendersi troppo presto alla decisione di Victoria di non indossare la muta di una morta, quando invece è indispensabile. Solo quando vede che la ragazza è irremovibile, la lascia libera di fare come vuole. E nonostante la decisione presa si fosse rivelata effettivamente quella sbagliata, Frank non la lascia da sola: è sempre lui che, una volta giunti dall’altra parte, si preoccupa di trovare il modo di scaldare Victoria e di salvarle la vita. Si può fare un paragone con il nostro modo di educare: l’educatore è colui che indica la via, fa di tutto per portare chi si affida a lui sulla strada giusta che è la strada della vita, in alcuni casi può fare la voce grossa per far capire l’importanza di quello che sta dicendo e consigliando… ma questo per aiutare l’altro a fare la propria scelta, non per sostituirsi. Il vero educatore è colui che lascia anche la possibilità di sbagliare e di sbagliare in modo clamoroso. Anche in questa situazione l’educatore ha il ruolo importante di non abbandonare colui che ha fatto la scelta sbagliata ma di ricominciare da capo a cercare insieme a lui la via della vita.

4. La guida si lascia guidare

Da Frank traiamo un ultimo insegnamento sulla figura educativa: l’educatore è colui che non solo sa indicare la strada e sa accompagnare chi gli è affidato ma è anche colui che sa tirarsi indietro quando il suo compito è finito. E non solo: l’educatore, essendo anche lui un uomo che cerca la vita, è anche umilmente disponibile a lasciarsi educare.

[01:18] Emblematica è la scena dell’inversione dei ruoli tra Frank e Josh. Avviene mentre i due si stanno arrampicando in una gola molto stretta. Padre e figlio salgono insieme, affaticati, fianco a fianco; Josh riconosce la grandezza del padre e si fa insegnare la poesia Kubla Khan. Ad un certo punto Frank dice: “Vieni, sali sulle mie spalle” e Josh passa davanti facendo leva sulle spalle del padre. Prima uno si appoggia all’altro per passare oltre, poi l’altro tende la mano e si lascia tirare su. Nessuno dei due ce l’avrebbe mai fatta da solo. Da quel momento è Josh che guiderà la spedizione fino alla fine, quando Frank addirittura lo lascerà andare da solo. È il simbolo della vita: il padre che genera il figlio e poi lo lascia andare; il figlio che sopravvive al padre; il maestro che si fa superare dal discepolo; il discepolo che diventa un uomo capace di vivere diventando a sua volta educatore e maestro di qualcun altro. Frank insegna ad ogni educatore che il proprio compito deve finire: non è possibile e non è giusto legare a sé una persona in un rapporto educativo eterno. L’obiettivo dell’educazione è accompagnare qualcuno a diventare un uomo, capace di camminare con le proprie gambe e capace di affrontare la vita e le sue sfide.

Eppure non sempre è così. C.S. Lewis smaschera le insidie che si possono nascondere nel cuore di un educatore che fa fatica e non riesce a lasciare andare chi gli è affidato e il pericolo che corre l’intera sua azione educativa:

“Si nutrono i figli per metterli presto in grado di nutrirsi da soli; si insegna loro affinché presto possano fare a meno dei nostri insegnamenti. È dunque un compito ingrato quello che spetta all’”amore dono”: esso deve, infatti, operare in vista della propria abdicazione. Dobbiamo mirare a renderci superflui. Il momento in cui potremo dire: “Non hanno più bisogno di me” dovrebbe essere anche il momento della nostra ricompensa.
Ma il nostro istinto, di per sé, non può arrivare a tanto; esso desidera il bene del proprio oggetto, ma non in maniera così limpida: desidera soltanto il bene che noi stessi possiamo dargli. Dovrebbe invece subentrare un tipo d’affetto più alto, che desideri veramente e soltanto il bene del proprio oggetto, da qualunque parte gli venga, aiutandoci ad addomesticare l’istinto, e a metterlo quindi in grado di abdicare. Questo riesce di frequente, ma dove ciò non si verifica, il bisogno famelico di rendersi necessari troverà giustificazione in sé stesso, o tenendo il proprio oggetto in una condizione di eterna dipendenza, o creando per lui dei bisogni fittizi. E lo farà con tanta maggiore spregiudicatezza quanto più sarà convinto, con un fondamento di verità, di essere un “amore dono” e, come tale, “altruista”.
Non soltanto le madri si comportano in questo modo; rientrano nella stessa categoria anche tutti quegli affetti che, vuoi perché derivati dall’istinto parentale, vuoi perché ad esso simili quanto a funzione, hanno bisogno di sentirsi necessari.
[…] Anche la mia professione – l’insegnamento universitario – è, in questo senso, pericolosa. Se un docente vale davvero, dovrà impegnarsi affinché giunga presto il momento in cui i suoi allievi saranno in grado di essere suoi critici e rivali. Dovremmo provare un gran piacere, una volta giunto questo momento, allo stesso modo che il maestro di scherma è soddisfatto quando un allievo arriva a toccarlo con il fioretto e a disarmarlo. E molti, effettivamente provano soddisfazione. Ma non tutti.”
(C.S. Lewis, I quattro amori, Jaca Book, 1992 pp 52-53)

Luca Buffoni


domenica 6 novembre 2011

Chiunque impugnerà questo martello se ne sarà degno possiederà il potere di Thor

Thor (Film 2011) di K. Branagh




"Thor" è il racconto del viaggio fisico e spirituale di un uomo, un principe presuntuoso destinato al trono, che imparerà il valore del comando, diventando un vero supereroe.

Zack Stentz (sceneggiatore): “Uno dei migliori aspetti degli uomini è la loro capacità di reagire di fronte alle difficoltà, di ritrovare se stessi e il proprio valore.  Questo è il percorso di Thor,  il suo viaggio.  Sta per arrendersi perché non è abituato alle difficoltà. Ma poi scopre le sue potenzialità”.

Chris Hemsworth (attore che interpreta Thor): “Thor impara l’umiltà.  E’ un giovane spavaldo abituato al potere. Quando si mette contro suo padre viene punito e mandato sulla Terra per imparare una lezione e cioè a vivere come tutti i comuni mortali”.

Thor è il dio del Tuono, è un giovane principe destinato al trono di Asgard ed è un guerriero forte e coraggioso. È questo che farà di Thor un re saggio? È questo che rende Thor un mitico supereroe? Il film ci dice di no, anzi afferma che Thor non è degno di quello a cui è destinato perché è presuntuoso, arrogante e capriccioso. E in tutta la pellicola al protagonista non vengono risparmiati questi ed altri epiteti che ne descrivono, condannandole, azioni e parole.

E tu perché ti consideri un bravo educatore? Solo perché lo sei di diritto, solo perché sai stare con i ragazzi e sei brillante? Solo perché è da tanto che lo fai o perché hai studiato molto? Per essere un educatore come per essere un re saggio o un vero supereroe ci vuole molto di più.

1. Il compito del re di Asgard

Il regista riassume la cerimonia di incoronazione di Thor con il giuramento, nel quale vengono messi in luce i doveri del re di Asgard.

Odino:  Thor figlio di Odino, mio erede, mio primogenito, da tempo ti è stato affidato il potente martello Mjolnir forgiato nel cuore di una stella morente. Il suo potere non ha eguali come arma per distruggere o come strumento per edificare. È un compagno adatto ad un re. Io ho difeso Asgard e le vite degli innocenti in tutti i nove regni dal tempo del grande inizio.
           Giuri di sorvegliare i nove regni?

Thor:      Lo giuro

Odino:   E giuri di preservare la pace?

Thor:      Lo giuro

Odino:   E giuri di mettere da parte qualunque ambizione egoista e di prodigarti per il bene dei regni?

Thor:      Lo giuro.

In queste parole troviamo anche quali sono i compiti di un educatore:

- Sorvegliare i nove regni. Un vero educatore deve avere l’occhio attento e il cuore vigile verso tutti coloro che deve educare: non aspetta che il pericolo o i problemi travolgano chi gli è stato affidato ma è lui stesso ad essere sensibile e allenato a coglierne ogni minimo segnale per essere pronto ad intervenire nel momento e nel modo giusto. L’educatore quindi è un uomo attento, capace di osservare e di ascoltare con cura e pazienza.

- Preservare la pace o portare la pace. L’educatore saggio è colui che sa guidare chi gli è affidato a prendere nella propris vita la strada della pace (cioè la strada dell’ordine e del bene) e ad evitare la strada della guerra (cioè il disordine e il male).

- Mettere da parte ogni ambizione egoista e prodigarsi per il bene dei regni. Un educatore è capace di mettere da parte se stesso e di considerare più importante della propria vita il bene di colui che educa. L’educatore è al servizio di chi gli è affidato e non il contrario, anche se tante volte –troppe - incontriamo educatori che utilizzano il proprio servizio educativo per emergere e alimentare il proprio io, a discapito di chi hanno la pretesa di educare.

Per svolgere il suo compito Thor possiede un’arma: Mjolnir, un martello che ha le stesse caratteristiche dell’azione educativa: distruggere ed edificare. Il buon educatore è colui che sa dosare bene per il proprio educando ora l’una, ora l’altra.

2. Thor non è degno

Subito dopo aver giurato, Thor dimostra di essere molto lontano di fatto dalle parole pronunciate davanti a Odino. Parole vuote, dunque, quelle del dio del Tuono, spogliate di ogni consistenza, quasi pegno inutile da pagare per poter essere chi si vuole e come si vuole; un inutile rito per poter finalmente ottenere il potere.

Non sono dette così tante volte le parole dei mandati educativi? Quanto credi a quello che dici, quanto sei consapevole di quello che prometti quando assumi un incarico educativo?

La battaglia ingaggiata da Thor a Jotunheim dimostra che Thor è incapace di governare.
Al termine della battaglia Odino è lapidario: “Non sai proteggere neanche i tuoi amici, come puoi sperare di proteggere un regno?”. Infatti Thor si è dimostrato cieco e incurante degli altri: combatte da solo, non è capace di fare gioco di squadra, c’è solo lui al centro della scena mentre tutti gli altri (amici e nemici) rimangono solo un contorno delle sue gesta. Proprio questo suo comportamento mette in pericolo la vita di coloro che dice di difendere.
Quanto è diverso questo Thor da Odino che invece è sempre attento a quello che capita intorno a lui, come quando i Giganti di Ghiaccio hanno superato le difese di Asgard!

Thor a Jotunheim appare desideroso di guerra: una guerra dove è sicuro di uscirne vincitore, senza però rendersi conto della reale posta in gioco e senza rendersi conto soprattutto che sarebbe stato più saggio essere pazienti e provare a custodire la pace piuttosto che ricercare uno scontro che lo stesso Laufey (il re dei Giganti di Ghiaccio) vuole evitare. “Un re saggio non insegue mai la guerra” aveva detto Odino a Loki e a Thor bambini ma questa lezione non è mai stata appresa.

Prima e dopo la battaglia di Jotunheim i dialoghi con Odino e Laufey ci fanno capire i motivi per cui Thor non è in grado di prendersi cura di nessuno e perché è così desideroso di guerra: agisce per dimostrare a se stesso e agli altri di essere qualcuno. Thor si mette sempre un gradino sopra gli altri, amici o nemici che siano, non si accontenta di essere come tutti. Egli sa di essere il figlio di Odino, un guerriero potente e vuole dimostrarlo, soprattutto quando si sente vulnerabile e sottovalutato nelle sue capacità e nella sua forza. È chiaro che Thor ha sempre e solo sé stesso e il suo desiderio di emergere al centro dei suoi pensieri e delle sue azioni: non c’è posto per gli altri perché non c’è nulla di più importante di lui stesso. Thor è anche arrogante e presuntuoso perché è convinto che la ragione e la verità stanno solo dalla sua parte e si ritrova incapace di ascoltare, di confrontarsi e di mettersi in discussione.

Thor all’inizio del film è così ma non per questo gli è preclusa ogni possibilità per essere chi è stato destinato a diventare. L’esilio imposto da Odino porterà il protagonista a superare il proprio egocentrismo e ad essere, quindi, quel Thor, erede al trono di Asgard e supereroe che difende la Terra, che conosciamo bene.

Forse anche tu, che sei educatore, hai bisogno di fare lo stesso suo percorso.

3. L’esilio di Thor e il Ritorno ad Asgard

L’inizio del viaggio di Thor è la sua cacciata da Asgard, quando viene spogliato dei suoi poteri e mandato sulla Terra. Thor faticherà non poco a comprendere e ad accettare che, senza i suoi poteri, è un uomo come tutti, non invincibile ma vulnerabile. Il regista mostra la fatica di Thor ad essere un uomo comune mostrandolo goffo negli atteggiamenti e nei vestiti.

Bellissima e centrale è la scena in cui Thor raggiunge Mjolnir e tenta di impugnarlo. Lì, dove anche l’urlo di rabbia e di dolore si trasforma in silenzio, il protagonista cade a terra, in mezzo al fango: non è Clint Barton a fermarlo, nemmeno tutto lo S.H.I.E.L.D. Thor si ferma davanti all’evidenza che il potere che pensava di avere non era suo e che, come gli era stato dato, così gli è stato tolto. Del dio del Tuono è rimasto solo un debole uomo che non è più nemmeno capace di rialzarsi da solo.

Ecco le parole che spiegano quanto è avvenuto:

Thor:      pensavo che fosse diverso. Avevo sbagliato tutto.

Erik:       Non è una brutta cosa rendersi conto che non si hanno tutte le risposte…poi cominci a fare le domande giuste!

Thor:      Per la prima volta in vita mia io non ho la minima idea di come dovrei comportarmi.

Erik:       Chiunque voglia trovare la propria strada in questo mondo deve cominciare ammettendo di non sapere dove si trova.

Thor:      Grazie per quello che hai fatto!

Erik:       No, non ringraziare me. L’ho fatto solo per Jane. Suo padre e io insegnavamo all’università: era un brav’uomo. Non ascoltava mai.

Thor:      Nemmeno io. Mio padre voleva insegnarmi qualcosa ma ero troppo stupido per rendermene conto.

Quanto è avvenuto dà la possibilità a Thor di cominciare a farsi le domande giuste e di iniziare un percorso che lo porterà a diventare un vero eroe facendolo diventare un vero uomo.

Un esperienza come quella di Thor può essere sicuramente motivo di crescita umana ma insieme contiene sofferenza, dolore e rabbia che può portare chi la vive a perdersi per sempre nei vicoli ciechi dell’odio e della vendetta (vedi Loki).

Per evitare tutto questo e per non cadere nelle tentazioni di orgoglio e di ritenerti onnipotente e infallibile, sei chiamato, come educatore, a ricercare e a coltivare sempre la virtù dell’umiltà vera. Fermati ogni tanto e calati nei panni degli uomini normali che educhi e che guardi con sufficienza; ridi di gusto dei tuoi limiti e delle tue manie di grandezza così come facciamo quando vediamo la comicità di Thor appena giunto sulla terra!

Subito dopo aver toccato il fondo, dopo aver riacquistato l’uso della parola, Thor inizia a fare una cosa nuova: ringrazia. In tre scene consecutive lo vediamo rigraziare Loki (“Grazie per essere venuto qui”), Erik (“Grazie per quello che hai fatto”) e Jane (“Sei stata molto cortese con me io non sono stato riconoscente quanto meriti”). Si accorge che nessuna delle attenzioni e delle premure nei suoi confronti sono dovute: Thor mette da parte il suo orgoglio e si accorge dell’importanza vitale degli altri.

Normalmente gli educatori si lamentano per le fatiche educative ed è difficile per loro ringraziare. Quando lo fanno è perché sono costretti dalla cortesia e dall’educazione ma spesso sono convinti che le cose, se funzionano, è grazie a loro e che gli strumenti, la disponibilità e le attenzioni, anche piccole, che gli altri donano sono tutti dovuti. In realtà non è così. Mai. Tu sei capace di ringraziare?

Thor si accorge che tutto quello che ha è dono gratuito. Come conseguenza a questa presa di coscienza impara a prendersi cura, quasi una risposta, un’imitazione delle cure ricevute. Comincia da Jane rimboccandole la coperta mentre dorme; continua poi con i suoi amici quando arriva il Distruttore, riconoscendo il suo limite e mettendosi per la prima volta in secondo piano nella battaglia, accorrendo infine quando Sif e Volstagg sono in difficoltà; tenta di prendersi cura anche di Loki combattendo con lui solo perché costretto a farlo e cercando di salvarlo anche alla fine; si prende cura anche degli odiosi Giganti di Ghiaccio quando, per salvare dalla distruzione Jotunheim, distrugge l’arcobaleno del Bifrost, consapevole interrompere l’unica via per poter raggiungere ancora l’amata Jane. Insomma Thor è cambiato: ha finalmente scoperto cosa significa essere un uomo e quindi un eroe. È quasi commuovente vederlo, dopo aver gettato via volontariamente l’unico scudo di protezione che aveva tra le mani, affrontare il Distruttore e il fratello Loki solo con la sua umanità, umile, mettendo davanti il bene di Jane, degli amici e di tutta la razza umana alla sua stessa vita.
  
Fratello, qualunque torto io ti abbia  recato,qualunque cosa io abbia fatto per condurti a questo ti chiedo umilmente scusa. Ma queste persone sono innocenti. Prendendo le loro vite non otterrai nulla. Perciò prendi la mia e finiamola qui.
  
Il sorriso sul suo volto quando sta per morire e le parole rivolte a Jane: “È finita! Intendevo: siete salvi, è finita!” ci dicono che Thor è diventato degno. Ora può impugnare di nuovo Mjolnir e riprendersi il potere del Dio del Tuono. Questa volta lo può fare con fierezza perché Thor ha trovato in se stesso il potere più grande del mondo: il potere di donare la vita per gli altri.
Nella vicenda viene mostrato il percorso interiore e ascetico che porta Thor a prendersi cura delle persone che gli sono affidate, e questo vale per ogni educatore:
  
-          il prendersi cura è solo una risposta a un bene ricevuto: finché non ti rendi conto della cura gratuita che hai ricevuto e che ricevi dagli altri il tuo educare sarà sempre qualcosa di meccanico a cui manca il cuore, che rende vitale la tua azione.
  
-          Il prendersi cura inizia dalle persone vicine che ti sono care, non dai lontani. Non puoi improvvisare quando ti viene affidato un compito: il prenderti cura deve essere il tuo stile normale nel vivere ogni relazione: l’amore, l’amicizia, il conflitto,…
  
-          Il prendersi cura può portare al dono totale di sé: lo devi mettere in conto quando assumi un ruolo educativo non come incidente di percorso ma come la pienezza del tuo servizio all’altro. Cammina sempre in questa direzione e non fermarti prima.
  
Alla conclusione del film il dialogo con Odino ratifica il percorso compiuto da Thor sulla Terra:
  
Odino:   Sarai un re saggio.
  
Thor:      Non esisterà un re più saggio di te o un padre migliore. Io ho molto da apprendere. Ora sono consapevole. Un giorno forse ti renderò fiero di me.
  
Odino:   Tu mi hai già reso fiero.

Non è tornato tutto come prima: quelle di Thor non sono parole di circostanza ma sono segno di umiltà, l’esperienza vissuta ha portato i suoi frutti. Thor riconosce di avere ancora molto da imparare e questa volta siamo sicuri che il dio del Tuono si lascerà più docilmente educare dalle parole e dall’esempio del padre. Così come un vero educatore, anche Thor sa che il suo viaggio non è mai finito e che avrà sempre bisogno di essere educato per vivere con responsabilità il compito che gli è affidato. Ed è questo che rende Odino fiero di Thor.

Un ultima parola sul personaggio di Odino. Anche lui, il padre degli dei, ha compiuto un percorso simile a quello di Thor. Lo intuiamo all’inizio del film dalle parole Laufey “Tuo padre è un assassino e un ladro”. Il regista vuole insinuare che anche Odino all’inizio era arrogante e presuntuoso, proprio come il figlio, eppure noi lo vediamo agire in tutto il film come un re saggio. Odino è molto anziano ma non appesantito dagli anni, anzi sembra proprio che la sua lunga vita l’ha reso più forte e più saggio: capiamo che è la storia che l’ha cambiato, una storia fatta anche di errori e di ferite che l’hanno segnato per sempre (come la cicatrice sull’occhio).

Anche Loki potrebbe iniziare lo stesso viaggio alla scoperta di se stesso e del vero potere, eppure preferisce lasciarsi andare rinunciando alla vita piuttosto che al suo orgoglio. Proprio per questo il fratello di Thor non potrà mai passare dalla parte dei buoni.

Questo per dire che tutti possono e devono compiere questo cammino: nessuno nasce già educatore ma un percorso per diventarlo è possibile a tutti. Tutti i buoni educatori l’hanno già fatto e sono ancora in cammino. Ora tocca a te.

Luca Buffoni