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giovedì 20 luglio 2017

Álftavatn - Botnar/Emstrur (16 km)

20 luglio



Ci hanno svegliati verso le 7.00 gli altri italiani in partenza. Eravamo riposati. Prima di decidere cosa fare, dovevamo controllare lo stato dei nostri zaini. Era tutto bagnato? Si era salvato qualcosa di asciutto? E i vestiti che avevamo addosso il giorno prima con i quali saremmo dovuti partire? Era tutto umido. Aveva smesso di piovere e abbiamo quindi deciso di metterci in marcia per il rifugio di Hvanngil, distante solo 5 km. 
Camminare senza pioggia era tutta un'altra cosa! 
Raggiunto il fiume Bratthálskísl, che doveva essere guadato, abbiamo tolto lo zaino, le scarpe, le calze e i pantaloni, abbiamo indossato le scarpette di gomma, caricato tutto sulle spalle e siamo entrati nell'acqua gelida. Reggendoci con il bastone siamo arrivati senza problemi all'altra sponda. 
In poco tempo siamo giunti al rifugio Hvanngil e siamo andati avanti. 

Subito abbiamo guadato un altro fiume e ci siamo incamminati attraverso una pianura di cenere vulcanica e lava circondata da colline dalle forme incredibili. Durante la tappa era bello incontrare altri camminatori che percorrevano il Laugavegur in entrambe le direzioni. Per qualche istante abbiamo visto, tra le nuvole nere, l'azzurro del cielo.

Il sentiero, svoltando a sinistra, iniziava a salire leggermente e la pioggia ha ricominciato a tenerci compagnia. In pochissimo tempo il passo è diventato pesante e lento, non vedevamo l'ora di arrivare. Abbiamo guadato velocemente l'ultimo fiume e siamo giunti al rifugio di Botnar/Emstrur.

Dopo aver montato la tenda sulla morbida cenere vulcanica, per la prima volta, da lunedí mattina, siamo riusciti a fare una doccia calda. Nello stesso rifugio c'era il gruppo di italiani, il gruppo di russi che non vedevamo dal rifugio a 1000 metri del giorno prima, una coppia con due bambini... i nostri compagni di viaggio. 

mercoledì 19 luglio 2017

Hrafntinnusker - Álftavatn (12 km)

19 luglio (seconda parte)



Alle 14.10 eravamo ancora quasi tutti nel deposito scarponi del rifugio. Nessuno aveva voglia di tornate fuori al freddo ma sapevamo che non saremmo potuti stare lí tutto il tempo. Abbiamo deciso che alle 14.30 saremmo partiti. Ci siamo rivestiti, abbiamo superato un momento di panico quando sembrava sparito un guanto del papà e siamo usciti. Fuori c'era ancora la bufera, non era cambiato nulla! 
I primi 5 km erano in quota, a circa 1000 m, tra discese e salite, in mezzo ai nevai. Non vedevo l'ora di abbassarmi nella speranza che almeno il vento smettesse di soffiare cosí forte.
Anche la discesa non è stata facile, ma ripida e scivolosa. Ad ogni passo si rischiava di finire per terra. Siamo arrivati a 600 metri e le condizioni atmosferiche sembravano migliorare. Le nuvole sono rimaste in alto; la pioggia, che non ci ha mai abbandonato, era meno forte e ogni tanto il vento dava qualche istante di tregua. Anche la nostra tensione si è sciolta, lasciandoci stanchi e spossati nell'affrontare gli ultimi chilometri. Volevamo arrivare alla fine il prima possibile e non si arrivava mai. Abbiamo ricominciato a parlare, a sdrammatizzare sull'esperienza vissuta, a chiederci se avremmo avuto bisogno di una giornata di riposo... il peggio era passato.

Siamo arrivati ad Álftavatn verso le 17.30 in condizioni pietose. Abbiamo chiesto se c'erano due posti per dormire all'interno, rinunciando per una notte alla tenda e siamo stati sistemati nel dormitorio piccolo. C'era già un gruppo di 20 italiani che, saggiamente, aveva rinunciato alla tappa  e aveva raggiunto Álftavatn in pullman. Appena siamo entrati, vedendoci distrutti, sono accorsi tutti, chi a toglierci lo zaino e i vestiti bagnati (le nostre mani erano completamente raggrinzite per l'acqua presa), chi a prepararci il the per riscaldarci, chi a chiederci cosa ci fosse capitato. 

La giornata si è conclusa con una gustosa cena calda al ristorante del rifugio.

Landmannalaugar - Hrafntinnusker (12 km)

19 luglio



Dopo la sveglia delle 6.00, nella tenda sono iniziati i preparativi per la partenza. Il tempo era brutto: pioveva e tirava vento. 

Abbiamo messo lo zaino all'asciutto sotto una tettoia e abbiamo iniziato l'attesa. 
Alle 7.00 è partito il bus per Reykjavik; tutti quelli rimasti, una trentina, erano pronti ed eccitati per l'inizio dell'avventura ma nessuno osava mettersi in marcia per primo. 
Alle 8.00 è arrivato il responsabile del rifugio con le previsioni meteo: sconsigliava la partenza. Ci chiedevamo a vicenda cosa avremmo fatto: "Partite?" "Cosa fate?" "Non lo sappiamo!" 
Alle 8.30 abbiamo deciso di partire: zaino in spalla e bastone in mano abbiamo iniziato a seguire il sentiero. Subito il responsabile ci ha chiamato indietro per le ultime raccomandazioni: il rifugio Hrafntinnusker a 1027 metri era chiuso, c'era vento forte e neve. Dovevamo proseguire fino ad Àlftavatn, 24 km da Landmannalaugar.



All'inizio, nonostante la pioggia, sembrava tutto semplice: il sentiero era ben segnato, il vento non era fortissimo, non faceva troppo freddo. Riuscivamo a distinguere le forme e i colori delle colline laviche attorno a noi, ci attardavamo ad osservare gli sbuffi di vapore caldo che uscivano dal sottosuolo... e intanto salivamo ed eravamo bagnati fradici. 

A questo punto la forza della natura si è scatenata contro di noi.

Mentre attraversavamo il crinale di una montagna ci ha colpito in pieno un vento fortissimo, tanto che con grande difficoltà riuscivamo a tenere l'equilibrio. Quando riuscivo ad alzare la testa, in mezzo alla pioggia, che picchiava fino a far male, vedevo il papà avanzare di qualche passo e poi fermarsi, puntellando il bastone, per rimanere sul sentiero, e poi ancora un po' più avanti. Che fatica! 



Poi sono iniziati i nevai da attraversare, i paletti che segnavano il percorso erano stati spazzati via dal vento, le nuvole si erano abbassate... proseguivamo solo con l'aiuto del GPS, che ci mantenva sul sentiero. 

A tre chilometri dal rifugio Hrafntinnusker (quello chiuso) le forze iniziavano a mancare e il freddo penetrava fino alle ossa. Attorno a noi solo bianco. Non potevamo distanziarci troppo l'uno dall'altro per non perderci di vista. Tendendo in mano il GPS, col freddo, le mie mani avevano perso sensibilità. Ho passato il comando. Ancora avanti. Il GPS indicava poco piú avanti la presenza del rifugio ma non riuscivamo a vederlo. All'improvviso, quasi un miraggio, proprio davanti a noi, a pochi metri, è comparsa una grande sagoma scura che ci sbarrava la strada. Eccoci al riparo! Erano le 13.00.

Ci siamo infilati intirizziti e stravolti nel deposito scarponi del rifugio, al caldo e all'asciutto. Eravamo gli unici ma nel giro di mezz'ora anche quel piccolo locale si è riempito. 30 persone infreddolite e bagnate in piedi, appiccicate l'una all'altra. Che bello vedere che non eravamo soli ad affrontare questa avventura! Chi stava male, chi piangeva disperato, chi si abbuffava di cibo per recuperare le forze... il morale si è sollevato e ci ha caricato per l'altra metà della tappa.