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lunedì 24 luglio 2017

10 cose da fare a Reykjavik

24 luglio

Dopo due giorni non previsti a girare per Reykjavik, ecco, tra le tante, le 10 cose più interessati che abbiamo fatto/visto nella capitale dell'Islanda.

- Il giardino delle sculture di Einar Jònsson, le cui opere nere raccolgono con delicatezza e profondità tradizioni cristiane e islandesi.



- Hallgrimskirkja, la chiesa più grande d'Islanda. Già dal nostro arrivo lunedì, con i suoi 74,5 metri di altezza, è stata il punto di riferimento per il nostro orientamento. La facciata ripropone in cemento armato le colonne laviche di basalto che si trovano a Reynisfjara, nell'Islanda sud-occidentale. Davanti alla Chiesa la statua di Leifur Eiriksson ci racconta la storia sconosciuta della scoperta dell'America, quattro secoli prima di Cristoforo Colombo.



- Harpa, la sala concerti. Costruita nel 2011, in mezzo ai cantieri che a breve ridisegneranno il waterfront di Reykjavik, è un simbolo della nuova crescita economica della città.



- Il National Museum of Iceland istruisce sulla storia del paese che ci ospita. E' una storia ricca ma di periferia rispetto alla storia del mondo che conosciamo noi italiani. Mi ha colpito la parte sui primi coloni e sul forte legame con questa terra così diversa dalle altre. Interessante anche la storia moderna dalla povertà al boom economico e turistico degli ultimi anni.

- La mostra "Prospettive" della Culture House penetra nella storia del popolo islandese e ne fa emergere il modo di pensare, di immaginare, di credere degli abitanti di questa terra. Si comincia al piano superiore con il rapporto tra l'uomo e la natura per continuare poi con l'idea del focolare domestico e le rappresentazioni del mondo esterno (dalle prime mappe dell'Islanda a Google Earth); poi la religione e l'anima, i mostri, l'uomo e gli animali, la storia... tutto molto interessante.

- The Volcano House. Per giorni la loro presenza ci ha accompagnato nei panorami contemplati, nelle indicazioni di alletra ad ogni bivio del sentiero e nella terra che abbiamo calpestato. Approfondire la storia, soprattutto recente, dei vulcani islandesi, però, ci ha interrogato molto sul rapporto tra l'uomo e la natura. Tre cose mi hanno impressionato: l'eruzione dl vulcano Hekla del 2000 è stata prevista solamente un'ora prima del suo verificarsi; nella notte del 23 gennaio 1973 nell'isola di Heimaey, proprio dietro al paese, improvvisamente è nato un vulcano; la reazione degli islandesi a questi fenomeni naturali distruttivi e devastanti, che si ripetono ogni quattro o cinque anni, è esemplare: si danno da fare, puliscono, ricostruiscono, seminano... Una forza della natura così imprevedibile e dirompente fa parte della vita degli islandesi, del loro modo di pensare e di intendere la vita.
A questo proposito consiglio un'articolo di V. Croft, Come visitare l'Islanda mi ha aiutato ad accettare la mia ansia, il cui titolo già dice molto su cosa possiamo imparare dall'Islanda e dai suoi vulcani.

- Kolaportid Flea Market, il mercatino delle pulci di Reykjavik. Vendono di tutto: dalle cose più comuni come i libri usati o gli occhiali da sole; alle cose più tipicamente islandesi come gli oggetti fatti di pietra lavica e i tradizionali maglioni fatti a mano. In questo luogo abbiamo assaggiato il Hàkarl. lo squalo putrefatto, tipico della cucina islandese, dall'odore disgustoso e il sapore forte di ammoniaca. 

- Aurora Reykiavik, il museo dell'aurora boreale in Islanda con dettagliate spiegazioni sull'origine di questo straordinario fenomeno e sul modo per osservarlo. Un invito a tornare in inverno.



- Tra i tanti chioschi di hot dog, che si trovano dovunque nella capitale, abbiamo scelto più di una volta il Baejarins Bestu, il migliore d'Islanda e, forse, addirittura del mondo. Buono ed economico. 

- Per non perdere l'abitudine abbiamo camminato lungo la Sculpture & Shore Walk, la passeggiata lungo la costa nord di Reykjavik, dal porto vecchio a ovest al porto turistico a est. Per la prima volta, dopo una settimana in Islanda, abbiamo visto il sole, che illuminava in un modo nuovo le montagne incontaminate e le isole a nord. 

venerdì 21 luglio 2017

Botnar/Emstrur - Þórsmörk (15 km)

21 luglio


Oggi ci siamo svegliati ed eravamo a pezzi: è uscita tutta la fatica di due giorni fa. Siamo stanchi. Io penso di avere la febbre: le ginocchia sono deboli e ho i brividi di freddo, anche se il tempo, tutto sommato è bello. Non piove e il vento non è forte. Al papà si è gonfiata la mano dopo la caduta di mercoledì e ha un piede dolorante. Con poca voglia ci siamo messi in cammino.

La tappa era semplice, nonostante le continue ripide salite e le discese. Ci hanno tenuto compagnia la fuliggine e la lava dell'eruzione del 2010 dell'Eyjafjallajökull; i cartelli che, dovunque, spiegavano come comportarsi in caso di eruzione improvvisa del vulcano Katla e gli scenografici canyons del fiume glaciale Forex-Emstruà. Le condizioni meteo ci ha permesso di prendere la camminata con più calma: ci siamo fermati a riposare, a raccogliere qualche pezzo di lava da portare a casa di ricordo...

Man mano che ci avvicinavamo a Þórsmörk, era sempre più chiaro che quella di oggi sarebbe stata l'ultima tappa del nostro cammino.
Abbiamo guadato l'ultimo fiume, incrociando ancora una volta i nostri amici italiani e ci siamo addentrati per gli ultimi tre chilometri, nei boschi di Þórsmörk. Ancora salite e discese: non arrivavamo più. Dall'alto il panorama offriva una vista incredibile sui vulcani Eyjafjallajökull e Katla, ricoperti dai rispettivi ghiacciai.

Finalmente alle 14.30 abbiamo raggiunto Þórsmörk. Lì ci siamo riposati e abbiamo atteso il pullman della Reykjavik Excursions, che ci avrebbe portato nella capitale. Il Laugavegur era finito.


Il primo pullman su cui siamo saliti ci ha portati, attraversando fiumi e percorrendo incredibili sterrati, fino alle cascate di Seljalandsfoss. Non so come sia riuscito ma ho dormito per tutto il viaggio. Da lì un altro bus ci ha portato a Hella. In quel parcheggio abbiamo incrociato il mezzo che andava a Landamannalaugar, gli autisti dell'altro giorno... quante ne abbiamo passate in tre giorni! L'ultimo tratto del viaggio ci ha portato finalmente a Reykjavik. Alle 21.00 abbiamo raggiunto l'albergo. Doccia e a letto. Da domani visiteremo la capitale dell'Islanda.


giovedì 20 luglio 2017

Álftavatn - Botnar/Emstrur (16 km)

20 luglio



Ci hanno svegliati verso le 7.00 gli altri italiani in partenza. Eravamo riposati. Prima di decidere cosa fare, dovevamo controllare lo stato dei nostri zaini. Era tutto bagnato? Si era salvato qualcosa di asciutto? E i vestiti che avevamo addosso il giorno prima con i quali saremmo dovuti partire? Era tutto umido. Aveva smesso di piovere e abbiamo quindi deciso di metterci in marcia per il rifugio di Hvanngil, distante solo 5 km. 
Camminare senza pioggia era tutta un'altra cosa! 
Raggiunto il fiume Bratthálskísl, che doveva essere guadato, abbiamo tolto lo zaino, le scarpe, le calze e i pantaloni, abbiamo indossato le scarpette di gomma, caricato tutto sulle spalle e siamo entrati nell'acqua gelida. Reggendoci con il bastone siamo arrivati senza problemi all'altra sponda. 
In poco tempo siamo giunti al rifugio Hvanngil e siamo andati avanti. 

Subito abbiamo guadato un altro fiume e ci siamo incamminati attraverso una pianura di cenere vulcanica e lava circondata da colline dalle forme incredibili. Durante la tappa era bello incontrare altri camminatori che percorrevano il Laugavegur in entrambe le direzioni. Per qualche istante abbiamo visto, tra le nuvole nere, l'azzurro del cielo.

Il sentiero, svoltando a sinistra, iniziava a salire leggermente e la pioggia ha ricominciato a tenerci compagnia. In pochissimo tempo il passo è diventato pesante e lento, non vedevamo l'ora di arrivare. Abbiamo guadato velocemente l'ultimo fiume e siamo giunti al rifugio di Botnar/Emstrur.

Dopo aver montato la tenda sulla morbida cenere vulcanica, per la prima volta, da lunedí mattina, siamo riusciti a fare una doccia calda. Nello stesso rifugio c'era il gruppo di italiani, il gruppo di russi che non vedevamo dal rifugio a 1000 metri del giorno prima, una coppia con due bambini... i nostri compagni di viaggio. 

mercoledì 19 luglio 2017

Hrafntinnusker - Álftavatn (12 km)

19 luglio (seconda parte)



Alle 14.10 eravamo ancora quasi tutti nel deposito scarponi del rifugio. Nessuno aveva voglia di tornate fuori al freddo ma sapevamo che non saremmo potuti stare lí tutto il tempo. Abbiamo deciso che alle 14.30 saremmo partiti. Ci siamo rivestiti, abbiamo superato un momento di panico quando sembrava sparito un guanto del papà e siamo usciti. Fuori c'era ancora la bufera, non era cambiato nulla! 
I primi 5 km erano in quota, a circa 1000 m, tra discese e salite, in mezzo ai nevai. Non vedevo l'ora di abbassarmi nella speranza che almeno il vento smettesse di soffiare cosí forte.
Anche la discesa non è stata facile, ma ripida e scivolosa. Ad ogni passo si rischiava di finire per terra. Siamo arrivati a 600 metri e le condizioni atmosferiche sembravano migliorare. Le nuvole sono rimaste in alto; la pioggia, che non ci ha mai abbandonato, era meno forte e ogni tanto il vento dava qualche istante di tregua. Anche la nostra tensione si è sciolta, lasciandoci stanchi e spossati nell'affrontare gli ultimi chilometri. Volevamo arrivare alla fine il prima possibile e non si arrivava mai. Abbiamo ricominciato a parlare, a sdrammatizzare sull'esperienza vissuta, a chiederci se avremmo avuto bisogno di una giornata di riposo... il peggio era passato.

Siamo arrivati ad Álftavatn verso le 17.30 in condizioni pietose. Abbiamo chiesto se c'erano due posti per dormire all'interno, rinunciando per una notte alla tenda e siamo stati sistemati nel dormitorio piccolo. C'era già un gruppo di 20 italiani che, saggiamente, aveva rinunciato alla tappa  e aveva raggiunto Álftavatn in pullman. Appena siamo entrati, vedendoci distrutti, sono accorsi tutti, chi a toglierci lo zaino e i vestiti bagnati (le nostre mani erano completamente raggrinzite per l'acqua presa), chi a prepararci il the per riscaldarci, chi a chiederci cosa ci fosse capitato. 

La giornata si è conclusa con una gustosa cena calda al ristorante del rifugio.

Landmannalaugar - Hrafntinnusker (12 km)

19 luglio



Dopo la sveglia delle 6.00, nella tenda sono iniziati i preparativi per la partenza. Il tempo era brutto: pioveva e tirava vento. 

Abbiamo messo lo zaino all'asciutto sotto una tettoia e abbiamo iniziato l'attesa. 
Alle 7.00 è partito il bus per Reykjavik; tutti quelli rimasti, una trentina, erano pronti ed eccitati per l'inizio dell'avventura ma nessuno osava mettersi in marcia per primo. 
Alle 8.00 è arrivato il responsabile del rifugio con le previsioni meteo: sconsigliava la partenza. Ci chiedevamo a vicenda cosa avremmo fatto: "Partite?" "Cosa fate?" "Non lo sappiamo!" 
Alle 8.30 abbiamo deciso di partire: zaino in spalla e bastone in mano abbiamo iniziato a seguire il sentiero. Subito il responsabile ci ha chiamato indietro per le ultime raccomandazioni: il rifugio Hrafntinnusker a 1027 metri era chiuso, c'era vento forte e neve. Dovevamo proseguire fino ad Àlftavatn, 24 km da Landmannalaugar.



All'inizio, nonostante la pioggia, sembrava tutto semplice: il sentiero era ben segnato, il vento non era fortissimo, non faceva troppo freddo. Riuscivamo a distinguere le forme e i colori delle colline laviche attorno a noi, ci attardavamo ad osservare gli sbuffi di vapore caldo che uscivano dal sottosuolo... e intanto salivamo ed eravamo bagnati fradici. 

A questo punto la forza della natura si è scatenata contro di noi.

Mentre attraversavamo il crinale di una montagna ci ha colpito in pieno un vento fortissimo, tanto che con grande difficoltà riuscivamo a tenere l'equilibrio. Quando riuscivo ad alzare la testa, in mezzo alla pioggia, che picchiava fino a far male, vedevo il papà avanzare di qualche passo e poi fermarsi, puntellando il bastone, per rimanere sul sentiero, e poi ancora un po' più avanti. Che fatica! 



Poi sono iniziati i nevai da attraversare, i paletti che segnavano il percorso erano stati spazzati via dal vento, le nuvole si erano abbassate... proseguivamo solo con l'aiuto del GPS, che ci mantenva sul sentiero. 

A tre chilometri dal rifugio Hrafntinnusker (quello chiuso) le forze iniziavano a mancare e il freddo penetrava fino alle ossa. Attorno a noi solo bianco. Non potevamo distanziarci troppo l'uno dall'altro per non perderci di vista. Tendendo in mano il GPS, col freddo, le mie mani avevano perso sensibilità. Ho passato il comando. Ancora avanti. Il GPS indicava poco piú avanti la presenza del rifugio ma non riuscivamo a vederlo. All'improvviso, quasi un miraggio, proprio davanti a noi, a pochi metri, è comparsa una grande sagoma scura che ci sbarrava la strada. Eccoci al riparo! Erano le 13.00.

Ci siamo infilati intirizziti e stravolti nel deposito scarponi del rifugio, al caldo e all'asciutto. Eravamo gli unici ma nel giro di mezz'ora anche quel piccolo locale si è riempito. 30 persone infreddolite e bagnate in piedi, appiccicate l'una all'altra. Che bello vedere che non eravamo soli ad affrontare questa avventura! Chi stava male, chi piangeva disperato, chi si abbuffava di cibo per recuperare le forze... il morale si è sollevato e ci ha caricato per l'altra metà della tappa. 

Reykjavik - Landmannalaugar


18 luglio


Alle 13.30 eravamo alla stazione degli autobus. Il nostro sarebbe partito alle 16.00. Da Landmannalaugar arrivavano notizie di condizioni meteo pessime: vento e pioggia.

Il primo autobus era normale e ci ha portati in un'ora e cinquanta fino ad Hella; il secondo era invece un bus da sterrato vecchio e malandato, che dalle 18.30 alle 21.00 ci ha fatto vivere un'avventura dietro l'altra.

1. L'autista ha imparato a guidare il mezzo nel parcheggio di Hella, infatti, soprattutto all'inizio, che fatica a ingranare le marce!

2. Dopo il primo sterrato, la signora dell'ultimo posto si è accorta che un bagagliaio si era aperto. Ci siamo fermati per chiuderlo. Dieci minuti dopo è capitato di nuovo.

3. La porta per i passeggeri non si apriva.

4. Verso la fine del viaggio abbiamo dovuto caricare i bagagli sui sedili perché l'acqua del fiume da guadare era troppo alta. 

A Landmannalaugar, mentre il bus parcheggiava, si vedevano tende distrutte dal vento e ricoperte d'acqua. Il responsabile del rifugio ci ha subito sgridato perché era sconsigliatissimo percorrere il Laugavegur in quelle condizioni climatiche proibitive: non dovevamo essere lí. 

Con fatica e preoccupazione abbiamo montato le nostre tende sotto la pioggia battente e raffiche di vento fortissime. Speriamo che resistano e che domani il tempo sia migliore.

martedì 18 luglio 2017

L'attesa (in)finita

18 luglio


Questa mattina alle 7.30 abbiamo preso il pullman per ritornare all'aeroprto di Keflavik alla ricerca dei nostri bagagli. Nessuno ci aveva fatto sapere nulla.
Dalle 8.20 abbiamo iniziato a girare per l'aeroporto chiedendo informazioni. Al banco "bagagli smarriti" c'era il riferimento ad una mail e a un numero di telefono per contattare direttamente l'incaricato... nessuna risposta. Assistenza aeroportuale, sicurezza, polizia, ufficio oggetti smarriti, ceck-in della SAS... era impossibile contattare qualcuno.

Ci siamo arresi: siamo andati all'Icelandair a informarci su un volo per Milano... il primo è previsto per domani. Abbiamo deciso di attendere qualche ora prima dell'acquisto.

Mentre passiamo per l'ennesima volta davanti all'unico bar dell'aeroporto leggo sulla pettorina di alcune ragazze "Ace Handling", la nostra. Subito chiedo e mi faccio dare il numero di cellulare dell'operatore in servizio, lo chiamo, risponde, mi dice che arriva subito. Altra ora di attesa. 

Decidiamo di chiedere di poter entrare oltre la dogana per vedere con i nostri occhi se i bagagli fossero arrivati. "Adesso ci arrestano!", pensavo. Invece mi fanno passare.
Ed eccoli! Sul nastro trasportatore dell'aereo appena atterrato da Oslo i nostri sacchi con gli zaini!
Finalmente possiamo partire! Pullman per Reykjavik (45 minuti) e poi per Landmannalaugar (3 ore).

ore 12.30
Il pullman che ci stava portando a Reykjavik si è rotto. Riusciremo a farcela?

Milano - Reykjavik

17 luglio


Giornata all'insegna della perdita del bagaglio. 

"Ma... hanno portato i nostri bagagli in aeroporto senza di noi?"
Già stamattina, al parcheggio dell'auto vicino all'aeroporto di Malpensa, gli addetti hanno caricato i nostri zaini sul bus navetta e sono partiti senza di noi. Per fortuna siamo riusciti a far tornare indietro il pullmino a prenderci.

"All baggages on belt."
Giunti all'aeroporto di Reykjavik, l'incubo di tutti i viggiatori di non trovare il proprio bagaglio sul nastro trasportatore si è trasformato in realtà. Mancavano solo tre zaini: i nostri due e quello di una famiglia partita con noi stamattina da Malpensa. Ovviamente l'unico banco assistenza bagagli che non aveva nessun addetto era quello della SAS. Abbiamo compilato a mano su un foglio A4 bianco la denuncia di smarrimento e siamo andati in centro a Reykjavik in attesa di notizie.




Il tempo in Islanda non è bello: nuvoloni neri e bassi, vento, qualche goccia di pioggia e 11 gradi. Siamo a Reykjavik senza niente e io non ho nemmeno un paio di pantaloni lunghi. La nostra vacanza finirà qui? 


lunedì 17 luglio 2017

Laugavegur - Islanda 2017


Finalmente siamo partiti, mio padre ed io, per la settimana di trekking in Islanda. Percorreremo il Laugavegur, il sentiero più popolare in Islanda, di circa 55 km... ma vogliamo andare anche oltre: raggiungere Skogar, 29 km più a sud. Dormiremo in tenda, ci accompagneranno i paesaggi del Nord ai quale sono particolarmente affezionato e il freddo.

Ecco il progetto:
Questa notte alloggremo in un ostello a Reykjavik, prima di raggiungere, nel pomeriggio di domani, Landmannalaugar, il punto di partenza del nostro cammino. Ci accamperemo per la prima notte in tenda e un bagno nella sorgente calda; mercoledì mattina muoveremo i primi passi. Tenteremo di arrivare ad Álftavatn, a 24 km dalla partenza. Tutte le guide consigliano di fare questo tratto in due volte ma dobbiamo recuperare un giorno, quindi... tappa doppia!
Cammineremo fino a Pórsmörk, l'unico paese raggiunto da una strada lungo il percorso, e, forze pemettendo, domenica dovremmo raggiungere Skogar. Sarà una lotta contro il tempo: lunedì mattina, alle 7.30, abbiamo l'aereo da Reykjavik a Copenhagen.

martedì 20 settembre 2016

Montevecchia - Osnago (9 km)

Montevecchia - Osnago (9 km)
10 settembre


Oggi siamo partiti tardi: alle 9.30 muovevamo i primi passi ai piedi del Santuario della Madonna del Carmelo a Montevecchia. 

Subito il sentiero entrava nel Parco del Curone e scendeva, attraverso la boscaglia, fino alla "Ca' soldato". Il bosco era pieno di profumi: castagni, erba, fiori...; il caldo non era eccessivo e si percepiva l'allegria delle numerose persone a piedi o in bicicletta. 

Ancora in discesa, dentro al bosco, abbiamo attraversato torrenti e stagni su ponti di legno fino a raggiungere la strada asfaltata, che, purtroppo, non era quella che ci aspettavamo. Eravamo a Cernusco Lombardone ma in via Stoppani invece che in via Carlo Porta. Effettivamente era da un po' che non vedevano alcun segno. Seguendo le mappe, ci siamo portati in stazione e da lì abbiamo ripreso la strada corretta, sempre in mezzo alla città, fino a giungere, in poco tempo, al santuario della Madonna di Loreto di Osnago.

Traccia GPX

domenica 4 settembre 2016

Airuno - Colle Brianza - Montevecchia (26 km)

Airuno - Colle Brianza (8 km)
3 settembre

Zanzare, ortiche, caldo...
è iniziata così la nuova stagione 2016/2017, a pochi giorni dal rientro dalla Groenlandia. 
Solo 8 km dalla Chiesa parrocchiale di Airuno al santuario della Madonna del Sasso di Colle Brianza; ma tutti in salita da 242m a 829m. 

Dopo la colazione ad Airuno, subito il sentiero si è inerpicato verso Aizurro, tagliando i tornanti della strada asfaltata. Il percorso era segnato bene, quindi non abbiamo avuto difficoltà a trovare la strada. In un paio d'ore siamo giunti al monastero San Genesio (chiuso per restauri) e al santuario della Madonna del Sasso.


Colle Brianza - Montevecchia (18 km)
17 settembre


Alle 7.20 eravamo già ai piedi del santuario della Madonna del
Sasso, pronti a partire. Rispetto a settimana scorsa, notiamo che la stagione è cambiata: stanotte ha piovuto, fa fresco e le nubi basse ci immergono nella nebbia. 

La tappa era tutta in discesa, alternando boschi e piccoli paesi. Era facile scivolare sui sassi lungo il sentiero. Le ginocchia faticavano a tenere l'equilibrio. 

Ci siamo persi solo una volta, in mezzo al bosco. Stavamo chiacchierando e una freccia gialla indicava il passaggio attraverso una piccola radura. Senza pensarci, decisi, abbiamo seguito la direzione indicata e ci siamo ritrovati immersi nel fango fino alle caviglie senza più un sentiero davanti. Controllando accuratamente le mappe e il GPS siamo ritornati sui nostri passi e abbiamo ritrovato la strada corretta.

Pian piano il cielo si è aperto e ha cominciato a fare caldo proprio mentre iniziava la salita verso Montevecchia. Dopo 16 km eravamo parecchio affaticati e gli ultimi due chilometri di ripida ascesa ci hanno messo a dura prova. Finalmente, all'improvviso, mentre le campane di Montevecchia suonavano mezzogiorno, siamo sbucati nella piazza Alta di Montevecchia. Sporchi di fango, sudati e con il nostro bastone, siamo passati tra i turisti eleganti e le tante attività della piazza. In fondo abbiamo imboccato la scalinata che ci ha portato al Santuario della Madonna del Carmelo. 


martedì 23 agosto 2016

Kalaallit Nunaat

23 agosto





La Groenlandia è un luogo remoto, sconosciuto, freddo, con pochissimi abitanti. Non ci sono strade che collegano una città all'altra; ci si muove in aereo, in elicottero, in nave o in slitta. Sono le ferree leggi della natura che decidono se e quando uno puó partire.

In Groenlandia non ci sono gli alberi!
È questa una delle caratteristiche che rende strana quest'isola. Non esistono le cose più normali; invece ci sono la renna, il bue muschiato, la balena... esseri che nel nostro immaginario si confondono con le leggende e le favole.

Della Groenlandia ricorderó il ghiaccio nero e il rumore della calotta polare che si muove; il silenzio della tundra selvaggia, la sera, quando il vento smette di soffiare forte; le montagne, i laghi, la tundra e la fauna che hanno accompagnato il mio cammino.

Inuulluarina!




Arctic Circle Trail: "Ma chi te lo fa fare"

22 agosto


In tanti mi hanno chiesto "Ma chi te lo fa fare?" e io stesso, mentre, camminavo mi sono interrogato sul motivo per cui ho deciso di spendere le mie vacanze in un'esperienza così bella ma altrettanto faticosa. Ho provato a rispondere.

1. Per cercare Dio, o meglio, per essere trovato da Lui. Rimane sempre sullo sfondo l'immagine descritta dal profeta Osea di Dio che parla alla sposa infedele, il popolo di Israele:

"Perció, ecco, io la sedurró, la condurró nel deserto e parleró al suo cuore. [...] Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto." (Os 2,16-17)

Ma andare a camminare da solo in Groenlandia è l'unico modo? No, ma è il mio modo, fatto di ascolto della Parola di Dio, contemplazione del creato e affidamento concreto alla provvidenza divina.

2. Per ritrovare me stesso. Il cammino tira fuori tutto: il limite, le risorse più impensate, la vocazione, i pensieri più profondi e quelli rimossi... e guarisce.

3. Per recuperare l'essenziale. Nella vita quotidiana frenetica e complicata rischio di perdermi. Cercando di fare tutto, do per scontato o dimentico i fondamentali. La vita semplice e metodica del viandante mi aiuta a ritrovare l'importanza del pregare, del lavarmi, del mangiare, del dormire e dell'andare in profondità.

4. Per rimanere senza internet e senza linea telefonica. Si puó vivere senza e si sta anche meglio! Solitamente invece sperimento la fatica che descrive papa Francesco nella Laudato si': "Ancora più difficile è utilizzare le risorse della tecnologia senza essere dominati dalla sua logica" [108]. Giorni così servono per disintossicarmi e diventano profezia. 


lunedì 22 agosto 2016

Bloccato in Groenlandia

21 agosto


Dovrei essere già in Danimarca, a Copenaghen, e invece sono ancora a Sisimiut. Mi avevano raccontato che per tre giorni, settimana scorsa, causa nebbia, ogni collegamento con Kangerlussuaq era stato sospeso ma non pensavo che potesse capitare anche a me oggi. Vi racconto come è andata.

Ieri sera ho fatto il ceck-in dei due voli Air Greenland: da Sisimiut a Kangerlussuaq (ore 10.20) e da Kangerlussuaq a Copenaghen (11.40). 

Stamattina alle 9.00 ero già in aeroporto: un unico edificio con un'unica stanza. 
Ho consegnato subito il bagaglio di stiva e la hostess, dopo aver pesato lo zaino, mi ha chiesto di salire sulla bilancia. Pensavo fosse uno scherzo, invece ha scritto il mio peso accanto al mio nome e ha spiegato che serviva per tenere bilanciato l'aereo.
Un po' più tardi è arrivato anche il gruppo di inglesi che era con me lungo l'Arctic Circle Trail: anche loro dovevano tornare a Copenaghen con i miei stessi voli.

In aeroporto non c'era nessun aereo. I tabelloni dicevano che il nostro sarebbe arrivato da Kangerlussuaq alle 9.55, che quasi subito sono diventate le 10.30... finché è comparsa la scritta CANCELLED. Panico!

Alla reception hanno comunicato che ci sarebbe stato posto sul volo delle 12.40. Sarei rimasto a Kangerlussuaq per la notte ma si è accesa la speranza: un passo per volta verso il Continente. Ma la storia si è ripetuta: l'aereo sarebbe dovuto arrivare alle 12.15, poi alle 13.00, poi alle 14.00.
"Din! Don! Il volo GL235 in questo momento non puó partire da Kangerlussuaq per il cattivo tempo. Potrebbe partire fra un'ora, due ore o più tardi". 
Alle 15.30 di nuovo la scritta CANCELLED. Per oggi niente più voli.

Dopo averci prenotato l'albergo per la notte, la hostess ci ha tranquillizzato: domani è stato predisposto un volo alle 9.25! Maybe. 
Cinque taxi ci hanno portato al Sisimiut Hotel, dove ho già passato le due notti scorse. 
Ormai faccio gruppo con gli inglesi: chi l'avrebbe mai detto! 

Intanto a Sisimiut sembra arrivato l'inverno: nebbia, vento e freddo (la minima di oggi è stata di 3 gradi, mentre la massima di 9). In camera c'è acceso il riscaldamento e sotto il piumone si sta bene.

domenica 21 agosto 2016

Sisimiut

20 agosto



Dopo essermi riposato in un vero letto di un vero hotel, oggi ho deciso di perlustrare Sisimiut. Il tempo non era dei migliori: una fitta nebbia avvolgeva fin da prima mattina la città.

Costal Walk



Dopo colazione, mi sono coperto bene e sono uscito, seguendo uno dei sei percorsi consigliati dall'albergo per visitare la città. Passando per vie interne ho raggiunto prima il centro culturale e poi la scogliera. La nebbia dava a quella parte di mare un effetto magico. Sotto il pelo dell'acqua, sapevo, si muovevano balene e narvali, creature collegate a leggende e a favole. Sono rimasto a scrutare l'orizzonte, intuendo ogni tanto le sagome delle isole, in un'atmosfera surreale. 
Sono ritornato in centro percorrendo la via principale.

Il Vecchio Villaggio dei Coloni

Nel pomeriggio sono uscito ancora, questa volta per dedicarmi alla storia di Sisimiut. Il cielo si era aperto ma il vento obbligava a utilizzare la giacca. Sono andato al museo. Oltre alle ricostruzioni delle case dei coloni danesi del '700, c'erano alcune mostre interessanti: una sulla storia degli insediamenti umani in Groenlandia (i primi risalenti al 2500 AC); una sulla vita dei cacciatori di balene e di foche in questi territori; una sui modelli di slitte utilizzate dagli Inuit; una sull'orso polare e sull'ultimo suo avvistamento a Sisimiut, in aeroporto, nel 2014. Tutte cose a me sconosciute, che peró lasciano trasparire la grande e diversa cultura di chi abita qui.

Cena tradizionale



Alle 17.30 ho preso parte, al ristorante dell'hotel, al Buffet Groenlandese. Innanzitutto ho assaggiato il Suaasat, il piatto nazionale della Groenlandia, che consiste in una buona e saporita zuppa di balena e verdure. Oltre al pesce crudo e affumicato (halibut della Groenlandia e salmone) e ai gamberetti crudi, c'era carne di bue muschiato e di renna cucinata in tutte le salse (polpette, affettato, arrosto...) sempre condita da bacche selvatiche. Degno di nota il vassoio con il cibo disidratato: carne di renna, merluzzo e il durissimo pesce capelano essicato, che sembrava mi stesse guardando mentre lo mangiavo. 


In un bicchierino, il famoso mattak: dadini di grasso di balena cruda, molto nutrienti.



sabato 20 agosto 2016

Kangerluarsuk Tulleq - Sisimiut (20 km)

19 agosto


La prima cosa che ho fatto appena sveglio è stata guardare fuori dalla tenda: non aveva piovuto, c'erano nuvole basse ma il sole riusciva a fare capolino. 

Ho messo le lenti a contatto, ho arrotolato il materassino e il sacco a pelo, mi sono vestito con gli abiti da trekking, ho svuotato e ho riempito di nuovo lo zaino, ho montato il bastone e ho portato fuori tutto dalla tenda,... Mi ricordo la prima volta, al lago Aajuitsup, la fatica a organizzare i preparativi della partenza... ora le mani sono diventate veloci e tutti i passaggi un'abitudine. Oggi è l'ultima volta. 

All'inizio il sentiero non era facile: paludi dappertutto ma abbastanza in piano. Difficile è stata la lunga e faticosa salita al Qerrortusup Majoriaa, che peró mi ha regalato una delle migliori viste dell'intero Arctic Circle Trail: sulla sinistra i dirupi e le vette del Nasaasaaq, con i suoi ghiacciai;  davanti a me la valle che avrei percorso in ripida discesa.

Quando sono salito sul dolce pendio dell'Alanngorsuaq ho scorto per la prima volta il mare: una linea azzurra più scura del cielo. Poi ho visto le case. Sisimiut, stavo arrivando! Ho ringraziato il Signore per avermi condotto sano e salvo alla meta di questa avventura.

Il sentiero si è trasformato in strada sterrata, le prime persone vestite in modo normale... alle 14.47 la Vodafone, con il messaggio di benvenuto in Groenlandia, mi comunicava che ero tornato nella civiltà... lo sterrato si è trasformato in strada asfaltata.

"The busy roads of Sisimiut are a shick after spending so long in the silent wilderness." 

Mi guardavo intorno stranito ricordando che non ero in una città qualsiasi, bensì nella seconda città più grande della Groenlandia. Case color pastello arroccate sulle rocce, mute di cani da slitta acciambellate al sole davanti ad ogni casa, gli inuit...

"The walk along the Arctic Circle Trail can be declared over! However, fond memories of the Trail will endure long after trekkers are safely back home."

Nerumaq - Kangerluarsuk Tulleq (17 km)

18 agosto


Ore 15.00
Ecco concluso il penultimo giorno di cammino. Mancano 20 km e ho concluso questa straordinaria avventura. Sono rimasto senza contatti per 8 giorni, senza una notizia... domani arriveró a Sisimiut e scopriró se il mondo è ancora come l'ho lasciato.

Sono dentro nel piccolo hut rosso, su una collina. A destra è già iniziato il Kangerluarsuk Tulleq, il fiordo che porta con sé l'aria salmastra del mare, l'odore dell'arrivo. Ho già montato la tenda poco più in basso, nella sabbia. Fuori c'è il sole ma il vento gelido mi impone di stare al chiuso. L'acqua, che viene direttamente da un ghiacciaio, è lontana qualche centinaio di metri. 
Chissà se arriveranno anche gli inglesi e i belgi o si fermeranno all'hut in riva al mare e mi lasceranno solo, per l'ultima notte, nel silenzio della natura.

Quando sono partito, stamattina, sapevo che sarebbe stata una giornata facile. Mi hanno accompagnato tutto il giorno i sentieri in mezzo agli arbusti, le paludi e le zanzare.
Non so perchè pensavo di dover fare 19 km, invece, con sorpresa, arrivato qui mi sono accorto di aver concluso la tappa.

Mentre scrivo sono arrivati due norvegesi. Sono gli stessi che ho scorto da lontano nei giorni scorsi. Si fermano solo per pranzare, poi dormiranno sulle montagne e domani, anche loro, comcluderanno l'ACT.


Ore 21.00
Non è arrivato nessuno. ad Ovest si vedono le nubi; anche da est una nuvola scende come fumo dal Qaarajuttoq, e si avvicina. Forse domani pioverà. Il vento, che soffiava forte fino a poco fa, ha smesso. Tutto tace. L'ultima notte nella natura in Groenlandia.

Innajuattoq - Nerumaq (16 km)

17 agosto


Stamattina, quando mi sono svegliato, dove avevo messo la tenda non era ancora arrivato il sole. Al freddo mi sono alzato, ho preparato lo zaino, mi sono sciacquato la faccia e sono partito. 

La giornata di oggi è stata piuttosto semplice. Il sentiero saliva ma senza gli strappi dei giorni scorsi. In breve tempo ho superato gli inglesi (che avevano dormito dall'altra parte della collina), Erik e Lia. Alle 14.30 ero già a Nerumaq e ho messo la tenda vicino al rifugio.

Verso le 16.00 sono arrivati i belgi, che si sono sistemati nell'hut, e gli inglesi, che, si sono accampati vicino a me. Alle 16.30 il sole era già dietro le montagne e si congela. Anche in tenda.

Ormai mancano 2 notti in tenda e 2 giorni di cammino. Domani sarà l'ultimo giorno completo sull'Arctic Circle Trail: voglio gustarlo a fondo, con le fatiche, le bellezze, il silenzio, le piccole abitudini... 

Eqalugaarniarfik - Innajuattoq (19 km)

16 agosto


"Contro ogni tentazione di orgoglio, donaci, o Dio, la sapienza dell'umiltà; non abbandonarci ai calcoli incerti degli accorgimenti umani, ma serbaci nella protezione della tua provvidenza che non delude." (dalla liturgia)

Ieri sera, prima di addormentarmi, pensavo: "Dopo la camminata di oggi, domani mattina nessuno mi vede fuori dalla tenda prima di mezzogiorno!". E mi sbagliavo! Testone come sono, alle 9.00 ero già in cammino. Sapevo che, dopo i 33 km di ieri, sarebbe stata una giornata devastante; e così è stato.

La camminata è iniziata con la salita ripida in costa all'Iluliumanersuup Potranga. Ero già stanco: le gambe non andavano e il fiato non c'era. Mentre salivo, vedevo gli inglesi che smontavano le tende e che, in fila indiana, partivano. Con la velocità che avevo, pensavo, mi avrebbero raggiunto prima della fine della salita! Invece no. 

In cima il sentiero diventava incomprensibile, confondendosi con il tracciato per buldozzer. Riuscivo a ritrovare la via giusta solo seguendo il GPS. Una volta, mentre recuperavo la strada, ho visto una bianca lepre artica che fuggiva.

Poi è iniziata la discesa fino ad un piccolo lago, dove mi sono riposato. Non ce la facevo veramente più. Era mezzogiorno ed ero solo a 8 km. I piedi gemevano per lo sforzo. Sono andato avanti e, a 13 km, mi sono fermato di nuovo per una merenda a base di mirtilli. Sembrava che con Erik e Lei, due escursionisti del Belgio, giocassimo a rincorrerci: ci incontravamo, ci superavamo di continuo... e, intanto che prendevamo fiato, facevamo conoscenza. 

Un'ultima sosta e poi dritto fino al rifugio Innajuattoq, seguendo il fiume in un sentiero paludoso; ultima arrampicata per arrivare in cima alla collina e, alle 16.00, morto, ero all'hut. Il lago per l'acqua era a valle, così ho deciso di scendere e piantare la tenda sulla riva. Dopo 3 giorni, sono (quasi) pulito! Stasera ho mangiato saliccia e fagioli e due barette energetiche: avevo una fame da lupi! 

I due belgi hanno preso possesso dell'hut, li rivedró domani. 






Canoe Centre - Eqalugaarniarfik (33 km)

15 agosto


Ieri sera mi sono addormentato con il vento che scuoteva la tenda e il rumore delle onde nelle orecchie; questa mattina mi sono svegliato e regnava il silenzio. Il vento era molto debole e il sole splendeva in cielo.

Avevo in programma 22 chilometri fino a Ikkattooq, così alle 9.00 ero già in cammino. Pochi chilometri e finalmente ho lasciato indietro il lago Amitsorsuaq, che mi aveva tentuto compagnia da due giorni! Le gambe, i piedi e la schiena andavano bene. I problemi dei giorni scorsi erano un vecchio ricordo...

... fino al chilometro 13, quando davanti a me è apparsa una salita quasi verticale. Da 25m sopra il livello del mare dovevo raggiungere, in pochissimo, 350m. Ho iniziato. Ogni dieci passi mi fermavo con il fiatone. Pensavo di non farcela. Passo dopo passo, sosta dopo sosta, sono arrivato. Il panorama ripagava tutta la fatica. Mi sono fermato a riposare e a contemplare paeasaggi che ricorderó con rimpianto a Milano. Che senso di libertà offre l'essere da solo, in un posto sconosciuto, stanco, sudato, sotto il sole, accarezzato dal vento! 

Piano piano sono arrivato a Ikkattooq, un bell'hut sul lago, e non c'era nessuno. Ho montato la tenda vicino al caratteristico edificio rosso (come tutti gli hut dell'Arctic Circle Trail) e sono andato a riempire la borraccia. 

Dietro ad una sporgenza della roccia vedo uscire del fumo bianco. Vado a vedere. C'è un incendio e il vento estende la zona di tundra che brucia. Ho provato a calpestare la fiamme ma le ceneri erano troppo profonde; ho svuotato la borraccia sul fuoco in un tentativo ridicolo di spegnere l'incendio; ho provato a chiamare il numero di emergenza ma, ovviamente, non c'era campo; ho preso l'estintore dall'hut ma in due spruzzi si è esaurito... intanto la tundra bruciava... e io dovevo cavarmela da solo. 


E se dilaga verso monte? Se brucia l'hut e la tenda? Preso dall'agitazione, ho disfato la tenda e ho deciso di mettermi in marcia fino all'hut successivo a 11 km di distanza. Erano le 17.00 passate.

Ancora una volta il sentiero mi portava in salita. E, al termine, una ripida discesa nella valle del fiume Ole's Lakseelv. Dall'alto la valle appariva grande, larga, verde, bellissima. 

Dopo aver attraversato la valle mi sono trovato davanti il fiume: il famoso fiume da guadare! Senza nessun problema ho tolto le scarpe, le calze e i pantaloni e ho attraversato. L'acqua non era fonda, mi arrivava sopra il ginocchio; ma era gelida e avevo paura che la corrente mi facesse finire dentro. Invece ce l'ho fatta. In fretta mi sono rivestito e sono ripartito perchè si faceva tardi e il sole iniziava a nascondersi dietro le montagne.

Verso le 21.00 sono arrivato all'hut di Eqalugaarniarkik. Ad accogliermi c'era un'allegra compagnia di una decina di inglesi con le rispettive tende. 

L'acqua era qualche centinaio di metri più indietro e io ero stanco. Puzzavo... ma ero più stanco. Ho fatto la tenda e sono andato a dormire, così come sono arrivato.