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venerdì 2 agosto 2013

Foncebadón - Ponferrada

2 agosto

La parte più emozionante della tappa di oggi è stato l'arrivo alla Cruz de Hierro. Sono salito al buio, nel silenzio piú assoluto. Attorno a me le scure sagome dei monti, che piano piano si schiarivano. Il cielo era stellato e ho visto anche una stella cadente. Il vento fischiava nelle orecchie. Dopo un paio di chilometri è comparsa la montagna di pietre e la croce nel mezzo. Si distinguevano le sagome di pellegrini in ginocchio o appoggiati al palo di legno. Anche io sono salito. 
Si dice che i pellegrini, deponendo in questo luogo una pietra, che hanno portato lungo il Cammino, lascino ai piedi della croce la loro vecchia vita per iniziarne una nuova, nata dalle fatiche e dalle esperienze del cammino. Oggi è rimasta lì anche la mia pietra.

Ci sono momenti, lungo la giornata, in cui si avverte in modo particolare la fatica: ci si concentra sui dolori e sembra di non potercela fare. Il tratto dalla Cruz de Hierro a El Acebo (11km) è stato uno di questi. La discesa alla fine non è stata così terribile come pensavamo tutti. Certo, ci sono stati alcuni pezzi sull'asfalto e sul sentiero che avevano una pendenza notevole ma ho sofferto maggiormente per il peso dello zaino. 
A El Acebo ho fatto un'abbondante colazione e sono ripartito molto più leggero. Anche se il sentero era pieno di sassi su cui scivolavo e inciampavo, sarei andato avanti all'infinito. Così ho attraversato, alternando il sentiero alla strada, Riego de Amrós (15km),  Molinaseca (21km), Campo (25km).

Ora sono a Ponferrada (27km), nell'unico albergue, immenso. Per poter entrare ho dovuto fare un'ora di coda in piedi sotto il sole: la parte più massacrante della giornata.



Astorga - Foncebadón


1 agosto

Ieri sera, in chiesa, i redentoristi hanno proposto una preghiera e la benedizione dei pellegrini. Abbiamo compiuto gesti semplici ma intensi, meditando sull'icona dei discepoli di Emmaus. Anche accanto a ciascuno di noi cammina almeno un compagno di viaggio e Gesù Risorto.

Oggi, uscito dall'albergue, mi sono fermato a fare colazione, mi sono perso per la città e alle 7.00 non ero ancora uscito da Astorga. Finalmente ho preso la strada giusta e in breve mi sono ritrovato, perso tra i miei pensieri, circondato dai verdi monti di León. Ho attraversato Murias de Rechivaldo, S. Catalina de Somoza ed El Ganso, paesini minuscoli e caratteristici. 
La salita fino a Rabanal del Camino è stata meno impegnativa del previsto, anche sotto il sole. Quando sono arrivato a Rabanal (20km e 1150 m di altezza) mi sembrava di essere tornato indietro nel tempo: tutte le case sono in pietra e si affacciano sull'unica stada lasticata, all'ingresso del paese uno stereo trasmette musica medievale, il monastero è al centro del villaggio...
Dopo la sosta ho ripreso la salita fino a Foncebadón: 5 chilometri duri per giungere a 1439 metri. Sono arrivato distrutto: i muscoli delle gambe, abituati da settimane a camminare in piano, protestavano; il sole era caldissimo e, più si saliva, più il vento diventava freddo.

Sono nel punto più alto del Cammino, in un paese con una grande tradizione di ospitalità ma abbandonato negli anni '60 e diroccato. I pochi servizi per i pellegrini hanno al massimo una decina d'anni. È un luogo molto affascinante che parla della storia del Cammino, della solitudine, della lotta tra uomo e la natura...

L'albergue parrocchiale in cui mi trovo è piccolo (18 posti letto più il pavimento della vicina chiesa), essenziale (fin troppo) e molto accogliente. Angel, l'hospitalero, ci ha accolto con gioia stringendoci in un abbraccio e ha fatto di tutto per rendere speciale la nostra permanenza qui.
Sono stato eletto cocinero e, insieme ad altri tre pellegrini, i miei aiutanti, ho preparato la pasta per 30 persone. 
Durante la cena ogni gruppo ha cantato una canzone nella propria lingua: ci sono spagnoli, coreani, uno slovacco, un americana, un inglese, una peruviana e una del Lussemburgo. Sara e io abbiamo cantato (penosamente) "Azzurro". È bastato poco per unire il gruppo e divertirci tutti insieme.

Finita la cena, dopo aver riordinato, siamo usciti e abbiamo osservato i giochi dei sette gattini che abitano nella casa diroccata davanti alla nostra. Siamo tutti ritornati bambini.

Ora stiamo studiando, preoccupati, le cartine per la tappa di domani: 28km e 1000 metri di dislivello in discesa. Ognuno consiglia il proprio modo per scendere senza rimetterci le gambe. Chissà qual é quello giusto.